Il racconto premiato con la menzione speciale "Associazione Emmanueli"

Uno degli sponsor sostenitori del Premio La Quara è l'Associazione ricerche storiche A.Emmanueli, che ha voluto fortemente aggiungere una menzione speciale ad un racconto che in qualche modo ha un legame con il territorio.

Pubblichiamo oggi il racconto premiato, scritto da Guido Matrella di Noceto (PR)

Rosa psilophylla




PREMESSA
Sappia il lettore che la storia che si appresta a leggere è tratta da vicende umane realmente accadute. Date, nomi, luoghi, e situazioni sono stati opportunamente alterati per evidenti motivi di riservatezza e di opportunità. Ciononostante, l’essenza delle vicende narrate non è frutto di un artificio letterario. I rapporti di amicizia fra i protagonisti, le relazioni familiari, la difficile storia d’amore: tutto corrisponde a verità. Persino la lettera di cui fra poco saprete è stata effettivamente recapitata, ed io ho potuto leggerla con i miei occhi. Chi la conserva attualmente non mi ha concesso di farne una copia, per cui dovrete fidarvi della mia buona memoria. Prima che cominci la narrazione mi preme chiedervi una cortesia: non siate severi nel giudicare queste persone. E’ difficile la vita, certe volte, specie quando si è giovani, specie quando si è soli.

MERCOLEDÌ 17 LUGLIO 2013
La voce, incline all’intimazione, arrivava dalla sala: «Sergio, sparecchia tu che sta per cominciare “Un posto al Sole”», così Olga al marito, con la consueta perentorietà. Lui alzò gli occhi al cielo, sbottando qualcosa sottovoce, e ripose lo Ipad sul comodino dal quale lo aveva appena sollevato. Solitamente, Olga non perdeva occasione di rimbrottargli: «Ma stai sempre seduto in poltrona a perdere tempo con quel coso – si vede che non hai niente da fare – non come me – lo vedi che io non posso fermarmi un attimo – in questa casa tutto poggia sulle mie spalle». Quella sera, però, il rassicurante tintinnio proveniente dalla cucina – un rumore di stoviglie diligentemente riposte da Sergio nella lavapiatti – rasserenò Olga che, con impercettibile conciliazione, gli vociò dal divano «Oggi è arrivata una lettera per te. L’ho lasciata sul mobile, nell’ingresso, vicino al telefono».
«Una lettera?» pensò Sergio, che dal tono insolitamente azzimato della moglie aveva compreso che non si trattava di una comunicazione della banca, o dell’assicurazione, ma di una vera e propria lettera. «Lettere cartacee? Evidentemente c’è ancora chi ne scrive», rifletté tre sé, tra il divertito e l’incuriosito. Poi, inavvertitamente, obiettò a Olga: «Una lettera da parte di chi?».
«E che ne so io!» lo incalzò lei, virando immediatamente il tono verso l’aggressivo. Non aspettava altro che un’occasione per attaccare con la solita tiritera: «Non sono mica la tua segretaria. Pensi che abbia tempo da perdere, io. Chi li fa a me i miei lavori? Nessuno! E ci sarebbe pure la lavatrice da far
partire, quando la lavastoviglie avrà finito. Si ma io il bianco oggi l’ho già fatto. Se pensi che io passi la serata a caricare un’altra lavatrice ti sbagli. E quando lo stendo il bucato? … stanotte? E poi stasera devo stirare: c’è una pila di panni che se non mi ci metto stasera … con questo caldo poi … e lo sai che il condizionatore mi fa venire il torcicollo … ti avevo detto di portare su il vecchio ventilatore che sta in cantina …e ti avevo detto anche che … ».
Sergio ormai aveva chiuso le comunicazioni e non si stava curando affatto della sequenza di lamentele di Olga. Era completamente assorto nel pensiero della lettera e si stava indirizzando al mobile dell’ingresso accompagnato da un presentimento inconscio che lo teneva leggermente in tensione. Non era ancora riuscito mettere a fuoco la sua intuizione eppure, dentro di sé, sentiva che si stava improvvisamente risvegliando qualcosa. Come se un pezzo di vita a lungo rimosso dalla coscienza volesse tornare in auge per far parlare di sé. Una di quelle storie che si preferisce non ricordare, che si vorrebbero cancellare dalla memoria e che, dai e dai, alla lunga, sembra proprio che non abbiano lasciato traccia. E invece, sono come la polvere che si accumula, nascosta sotto al letto: non la vedi e puoi ignorarla, puoi disinteressartene, ma resta sempre lì, sotto al letto.
La lettera giaceva sul mobile dell’ingresso, esattamente di fianco al telefono, lì dove l’aveva lasciata Olga. Sergio la sollevò, soppesandola e scrutandola attentamente. Il suo nome e l’indirizzo erano scritti con una calligrafia ampia e chiara. Sul retro, anziché che le generalità del mittente, una frase. Otello ne fu scosso. Un turbinio di emozioni gli si annidarono
nella pancia come se la parca cena appena ingurgitata si fosse trasformata in una vertigine di aspidi indispettite che gli si attorcigliavano nelle budella. Come un bagliore negli occhi, così un flash gli illuminò la memoria e tutto tornò alla mente quasi non fosse passato nemmeno un giorno da allora, quando era solo un ragazzino. Rilesse la frase lentamente, scandendo le parole una ad una: “Uno nel fiume, tutti nel fiume – Uno nel bosco, tutti nel bosco”.

TRENT’ANNI PRIMA
Nell’estate borgotarese del 1973, Sergio aveva 10 anni. Passava le sue interminabili giornate con Attilio e Diego di 11 e 9 anni. Luca, il miglior amico di Sergio e suo compagno di scuola, completava la compagnia, 10 anni anch’egli. Taciturno ed introverso, Luca era semplicemente quello più tenace e coraggioso della banda, o forse solo quello un po’ più incosciente. Lesto come nessuno ad arrampicarsi sugli alberi, pratico di boschi e sentieri, aveva imparato dalla nonna materna i rudimenti dell’arte più ambita fra gli abitanti del paese: andar per funghi. Una capacità, quest’ultima, che lo rendeva particolarmente gradito agli occhi del vecchio: Aldo – nome di battaglia Puma, così lo chiamavano tutti – era stato partigiano e ora passava il tempo a bere vino, fumare sigari toscani e sputare per terra. I quattro ragazzi, quell’estate, passavano spesso le loro lunghe serate a bighellonare in paese, dove i vecchi giocavano a carte seduti ai tavolini dell’osteria.
Piaceva, al Puma, parlare coi ragazzini, anche se si fingeva disturbato dalla loro chiassosa presenza, e per ribadire il concetto in modo inequivocabile scagliava, di tanto in tanto, qualche sonora bestemmia.
Aspettava, il Puma, che il sole scemasse dietro le montagne per tirare fuori i racconti della guerra, che facevano venire la pelle d’oca ai ragazzini, che poi la sera faticavano a prender sonno. Una volta erano i morsi della fame che facevano andar giù di matto anche i più forti di spirito, altre volte il rumore assordante dell’artiglieria che risuonava in testa per giorni interi, altre ancora era la tristezza e lo smarrimento dei
bambini rimasti senza i genitori o la vista dei corpi umani dilaniati quella volta che avevano fatto saltare in aria un convoglio tedesco. E poi c’era la storia delle armi dei partigiani.
Diceva, il Puma, che alla fine della guerra, i partigiani decisero di nascondere le loro armi in una grotta e di non consegnarle alle autorità, che non si sapeva mai.
Sosteneva, il Puma, che nemmeno lui si ricordasse dove fosse di preciso quella grotta, tanto era stato difficile raggiungerla, di notte, in mezzo ai boschi.
Favoleggiava, il Puma, di dozzine fra mitra inglesi Sten e di MP40 tedeschi, di MAB38 Beretta e di fucili Carcano mod.91, per non parlare delle pistole e di qualche granata, perfino.
Parlava, il Puma, facendo pause misurate da oratore navigato: parlava e beveva, beveva e fumava, fumava e sputava, e più sputava, più quei racconti sapevano di verità, acquisivano una patina di vissuto che prevaleva sulle inevitabili licenze che condivano la narrazione.
Di tutti i ragazzetti che ascoltavano, Luca era il preferito dal Puma. Forse perché aveva occhi neri e limpidi, o perché il suo viso – come quello del Puma – non lasciava trapelare mai nessuna emozione, o perché non interrompeva mai la narrazione con sciocche domande da bamboccio, e sembrava che nemmeno respirasse tanto pendeva dalla bocca del Puma.
Nella notte fra il 9 e il 10 luglio del 1973 il Puma morì, portandosi nella tomba tutte quelle storie sulla guerra e sui partigiani. Il funerale fu solenne. Il corpo bandistico suonò
“Bella Ciao”; i vigili innalzarono i gonfaloni del Comune; il Sindaco, sinceramente commosso, espresse parole di ringraziamento per il Puma e per chi, come lui, aveva lottato per la libertà.
Sarà stato per una forma di rispetto nei confronti del vecchio, o per tenere in vita i suoi racconti o, più probabilmente, perché spinti da inconsci ed ancestrali archetipi che, pochi giorni dopo, i quattro inseparabili amici pronunciarono solennemente la promessa che li avrebbe legati per la vita. Entrati nel cimitero di nascosto, in una notte di luna piena, poggiata una mano sulla tomba del Puma e quell’altra sul cuore, siglarono un vero e proprio patto di fratellanza, recitando la formula da loro stessi coniata: “Uno nel fiume, tutti nel fiume – Uno nel bosco, tutti nel bosco. Maledetto sia per sempre chi tradisce il giuramento”. E così si promisero che la loro amicizia sarebbe durata per sempre, che per tutta la vita ognuno avrebbe potuto contare sull’aiuto e la fedeltà degli altri, e che nessuna femmina o nessuna ricchezza avrebbe avuto la precedenza sulla loro fraterna alleanza.
I quattro passavano molto tempo a casa di nonna Peppa, appena fuori dal paese, ai margini del bosco. Giuseppina era la sola nonna di Luca. Non aveva marito, e così neppure la mamma di Luca che lavorava come stiratrice in una lavanderia del paese e in casa non c’era praticamente mai. Il nipote l’aveva cresciuto lei, e gli aveva insegnato a leggere il bosco quando se lo portava dietro in cerca di erbe e piante officinali. Peppa era una “madgona”: segnava il fuoco di Sant’Antonio e le emicranie, toglieva il malocchio, massaggiava slogature e produceva sieri e pomate per ogni sorta di problema:
dall’impotenza, alla psoriasi, dalla sterilità, alle emorroidi, e prediceva il sesso dei nascituri molto prima che l’ecografia diventasse prassi comune. La mano destra era quella calda, quella curativa, dai cui usciva il “fluido”; quella sinistra era la mano fredda, usata per diagnosticare e percepire quello che le parole non sapevano, o non potevano, dire.
Dal giorno di San Giovanni fino ad agosto inoltrato, una volta alla settimana usciva all’alba per andare nel bosco a raccogliere essenze. L’iperico, un’erba dalla quale ricavava un unguento color rosso-sangue per lenire le ustioni. Usava la piantaggine per curare la tosse e la diarrea. Con le foglie di moro guariva la faringite. Il mirtillo era buono per le placche bianche del mal di gola. La gente si fidava ciecamente di lei anche se nessuno amava confessare pubblicamente di servirsi dei suoi “poteri”. Peppa diceva che i “poteri” si trasmettono da nonna a nipote, e come lei li aveva ereditati da sua nonna, così li avrebbe ricevuti Luca, … se fosse nato femmina. In caso di nipoti maschi si saltava una generazione. Ma poiché, purtroppo, Luca era maschio non aveva poteri, se non quello di mettersi in qualche brutto guaio e di inguaiare pure qualche ragazza: questa era la specialità dei maschi, secondo Peppa.
I ragazzi spesso partivano dalla casa di nonna Peppa per spingersi nel bosco in cerca di avventure e luoghi misteriosi. Sognavano di scovare la grotta segreta dei partigiani in cui avrebbero trovato le armi della guerra. Ma nonna Peppa non approvava e si arrabbiava. Diceva che non dovevano perdere tempo a rincorrere le storie del Puma, che lei lo aveva conosciuto, tanti anni prima, e che era un gran contafrottole ed affabulatore. Secondo lei, non era nemmeno un vero
partigiano ma un furbo che sapeva raccontarla nel migliore dei modi e sempre per un suo tornaconto personale.

NATURALMENTE UN’EROINA
Finì l’estate del 1973 e ricominciò la scuola. Tuttavia, non passò giorno che i quattro ragazzi non si incontrassero, anche solo per pochi minuti, per parlare delle loro avventure, vere o immaginarie che fossero, per progettare escursioni e missioni, o anche soltanto per desiderare la prossima lunga estate. Giornate lunghe come eternità si rincorrevano nelle loro vite acerbe.
Nel corso degli anni le esperienze vissute insieme non si contavano più. I loro giochi, da marachelle di bambini, di anno in anno, si trasformarono prima in avventure temerarie, poi in intemperanze adolescenziali, e infine divennero vere e proprie ribellioni. Una volta, per andare a fumare qualche spinello di nascosto nel bosco, appiccarono involontariamente un incendio che per poco non arrivò alle case. Un’altra volta, decisero di saltare la scuola portandosi con loro, in giro per i boschi, un’amica piuttosto generosa – nella taglia del reggiseno come nel soddisfare le loro giovani dimostrazioni di vitalità. Qualcuno li vide e avvisò i Carabinieri e per poco non furono denunciati tutti e quattro per atti osceni in luogo pubblico. Ma non era solo voglia di vivere quella che cresceva nei loro animi, specialmente nel cuore di Luca: covava in corpo una sensazione che fino a quel momento era stata appannaggio di intellettuali, poeti ed artisti, e che la “modernità” aveva ormai reso un’esperienza di massa: il male di vivere.
Nella torrida estate del 1980 entrò nel gruppo dei quattro ciò che poi avrebbe distrutto la loro amicizia: l’eroina. Luca
quell’anno cambiò vita, compagnie e conobbe Sara. Lineamenti sottili e proporzionati, magrissima, occhi cerulei di una tristezza infinita, capelli castano chiaro, lisci a coprire tutta la lunghezza della schiena. Faceva l’operaia in una fabbrichetta locale, ed era più sola di Luca. Si misero assieme, e assieme si lasciarono avviluppare dall’eroina, dalla sua promessa di fuga. Dove fosse il confine fra dipendenza, amore, infelicità, masochismo o nichilismo, nessuno lo saprà mai. E’ certo solo che Luca fu il primo a rompere il patto di fratellanza che aveva stipulato pochi anni prima, in una notte di luna piena, sulla tomba del Puma. E la maledizione non tardò a presentarsi per riscuotere il pegno. Perché il patto non diceva “uno all’inferno, tutti all’inferno”. Ed era lì che Luca puntava diritto, scivolandoci sempre più velocemente.
Seguirono tre anni drammatici. Nonna Peppa avrebbe provato ad aiutarlo ma lui non sentiva ragioni. I suoi occhi non erano più limpidi ma perennemente iniettati di sangue, come uno che non dorma ininterrottamente da un secolo. Era entrato e uscito dal carcere un certo numero di volte per possesso e spaccio. Sergio, Attilio e Diego avevano preso a fare un po’ di colletta, una volta al mese, per evitargli di mettersi a rubare, o peggio. Ma le esigenze di Luca stavano diventando insostenibili. Si arrangiava con lavoretti occasionali, quando non stava male, ma il suo corpo gli richiedeva, ormai, dosi quasi quotidiane, ed ogni volta erano almeno ventimila lire. E poi c’era Sara.
La sua situazione era diversa. Stava ancora sull’orlo del baratro, lei. Aveva saputo tirare il freno per tempo. Non si era lasciata trascinare da Luca nel gorgo. Quando Luca era dentro – o troppo fuori – i tre amici, ora anche suoi amici, si
occupavano di lei. Si passavano così lunghe serate intorno ad un tavolo di formica, ricoperto di pacchetti di Marlboro e bottiglie vuote di Peroni. Nessun lampadario, le lampadine appese ai fili dell’elettricità. Pareti bianche e sporche, completamente nude, senza nemmeno un quadro o un poster. Solo un giradischi sfiancato dall’usura, un divano sfondato e, quando andava bene, una canna da farsi passare. E giù, a raccontarsi la vita e la spensieratezza precocemente svanita alle loro spalle. Anni in cui l’esperienza più forte che potevano provare era mangiare la crostata di rosa canina di nonna Peppa, che rimetteva in piedi pure i moribondi. Ma non c’era angoscia nella nostalgia. Si tirava avanti in attesa di un fenomeno esterno che cambiasse le cose. Arrivò. Ma dall’interno.
Nel gennaio del 1983 Sara saltò il ciclo per la prima volta in vita sua. Non passò molto tempo prima di capire che fosse incinta. Senza un lavoro sicuro, una casa abitabile, un uomo affidabile al suo fianco, Sara proprio non se la sentiva di avere un figlio. Lo comunicò a Luca, in modo asciutto ed essenziale, com’era lei. Ma lui non la prese bene, per nulla. Vittima di una logica confusa e farneticante, ipotizzava che quel figlio avrebbe potuto essere la svolta che stavano aspettando. La rivelazione, la motivazione, la leva, per smettere con la droga, per scuotere le loro vite. E voleva quel bambino in maniera assoluta. I due litigarono violentemente fino a tarda notte. Sara voleva andarsene, più tempo passava con lui più capiva che non aveva alternative all’aborto. Le grida erano così forti che alla fine qualcuno chiamò i Carabinieri, a dire il vero più per gli schiamazzi che per la preoccupazione. Quando arrivarono, Sara aprì lesta la porta, piangeva lacrime di un’infelicità così
profonda che avrebbe messo a disagio anche il più duro dei militari. Essendo Luca ben noto alle forze dell’ordine se lo portarono via, che sapevano ben loro come si calmano gli animi in questi casi. La mattina dopo la notizia fece veloce il giro del paese. Sergio chiamò Sara al telefono: «Ma che cosa è successo?», e lei laconica e sbrigativa: «Ora non riesco, devo uscire, ti spiegherò, …». Sara riempì velocemente una scarna valigia, intenzionata a raggiungere Genova dove pensava di abortire grazie all’aiuto qualche conoscenza. Prima di partire passò dal titolare della fabbrica determinata a procurarsi un po’ di contanti. Vedendola arrivare con la morte negli occhi e la valigia in mano fu lui stesso a fargli una specie di regalo, trecentomila lire. Del resto se fosse stata regolarmente assunta le avrebbe dovuto una liquidazione ben maggiore. Poi salì in una vecchia FIAT-127 celeste, stinta e scassata, e partì.
Uscito dalla caserma, Luca si precipitò da Sara ma a casa non la trovò. Chiese informazioni in giro e lo avvisarono che se n’era andata con una valigia. Sara non aveva nemmeno parenti a cui fare domande. Parenti sobri, intendo. Luca era sconvolto. La rabbia e un senso di vuoto indicibile gli stracciavano l’anima a brandelli. Per prima cosa, tornò a bucarsi. Poi, ancora in balia dell’eroina, se ne andò da Sergio. Lui scese con l’idea di aiutarlo. Ma Luca non voleva aiuto, voleva solo Sara, voleva solo un’altra possibilità. Nessuno l’aveva mai visto in uno stato simile, nessuno eccetto lei. Gridava, si dimenava, sconnesso e minaccioso, allo stesso tempo debole e forte. Avrebbe potuto stenderlo con una sberla ben assestata ma si sarebbe rialzato 10, 100, 1000 volte. Parlarci era impossibile. Luca si scagliò contro Sergio, pieno di muto risentimento. Incapaci di comunicare si accapigliarono per qualche minuto.
Sergio cercò di tenerlo fermo, di bloccarlo. Poi Luca crollò, da solo. Si accasciò e cominciò a piangere singhiozzando, cercando di imbastire un pensiero sul da farsi. Aveva toccato il fondo, almeno così pensava, ingenuamente. Disse a Sergio: «hai dei soldi?». Sergio corse in casa e scese con centomila lire. Lui, che ne frattempo si era acceso una sigaretta, li afferrò senza dire nulla, senza guardarlo in faccia, si girò e sparì. E da allora nessuno lo vide più.

LA LETTERA
Caro Sergio,
il tuo perdono prima di tutto. Mi sembra di riuscire ancora a sentire la tua voce nel nostro ultimo dialogo, quando poi sparii senza darti nessuna spiegazione. Quanti anni sono passati da allora? Trenta, più o meno. Chissà per quanto tempo l’hai aspettata la mia versione dei fatti, prima di sfocare quella storia e portarla in secondo piano, per poi riporla definitivamente in un angolo della memoria e confonderla con il rumore stesso della vita e del tempo che passa. Ti chiedo perdono ora per quello che ho fatto allora. Avevamo un patto segreto tu ed io, ed io l’ho infranto. Non avrei voluto, ma è successo. E ti chiedo scusa se, oggi, con questa mia lettera, vengo ad agitare le tue acque, a sollevare il fondale, come una sogliola smaniosa rimasta per troppo tempo sepolta sotto la sabbia.
Secondariamente, il motivo. Sto morendo. Per la precisione, mi restano pochi mesi di vita. Anche al netto del pessimismo ipocrita dei dottori credo di riuscire a strapparne ancora sei. Del resto, che sto morendo me lo sento dentro, nelle ossa, nel midollo. Credimi, Sergio, per quanto ci si possa idealmente immedesimare in una persona che affronta consapevolmente i suoi ultimi giorni di vita, non è cosa che si possa capire. E neppure spiegare. Ti si apre nella mente un baratro che nessuna logica può riempire. Ma non ho paura. In fondo il mio è una specie di privilegio. Mi è dato di conoscere con un certo anticipo l’apparire di una evento che, per i più, arriva assolutamente inaspettato. Ho il tempo di prepararmi e di
chiudere vecchie questioni insolute, come la nostra. C’è qualcosa di sarcastico in tutto questo. Sapessi quante volte l’ho desiderata e invocata la mia morte, allora. E ora che è qui, prossima, non sento nessuna particolare emozione se non una sorta di nostalgia della gioventù, mischiata ad una specie di noia. Forse questa lettera è anche un tentativo di sfuggire alla noia, e alla solitudine. Certamente non è dettata dal desiderio di sfuggire al mio destino.
Ora qualche rimorso. Per i primi anni dopo la mia partenza ho pensato a te con una certa insistenza. Sai cosa avrei voluto? Che tutte le volte che ti stavo pensando tu potessi avvertirlo, sentendo nella mente un rumore, un suono: il tic-tac di una sveglia, il cigolio di un piccolo ingranaggio arrugginito, o qualcosa di simile. Meglio ancora una musica, un motivetto, come il tema di Lara del Dottor Zhivago. Avrei voluto che, in questo modo, tu fossi consapevole di tutte le volte che eri presente nella mia mente. E mi piace pensare che, in principio, saresti stato infastidito dalla frequenza con la quale venivo a distrarti. Ma poi, saresti stato piacevolmente stupito dalla mia costanza. E dopo ancora, incuriosito dalla mia insistenza. E avresti iniziato a farti delle domande, ad arrovellarti su cosa io stessi pensando e cosa avessi mai da immaginare riguardo a te, a tutte le ore del giorno e della notte. E magari, prima o poi, consumato dalla curiosità e dall’insonnia, saresti partito per venirmi a cercare, abbandonando tutto e tutti, per venire a chiedermi: «perché pensi a me in continuazione? cosa hai da dirmi?». E mi piace sognare che lo avresti fatto davvero, se solo io ti avessi lanciato qualche segno o ti avessi fatto arrivare qualche informazione al mio riguardo. Ma queste sono solo
fantasie e rimorsi che mi porto dentro e che riaffiorano ora davanti al grande spauracchio dell’assenza definitiva.
Sveliamo il segreto. Se sparii è perché ero incinta e volevo abortire. Ma non ero incinta di te. Non c’erano altre soluzioni che non l’aborto, o sparire. Prima di partire passai da nonna Peppa. Lei capì tutto senza nemmeno farmi aprire bocca. Aveva capito tutto anche di noi. Mi leggeva dentro come se la mia anima fosse il diario di un’adolescente fintamente nascosto nel cassetto, per essere letto dalla mamma con cui non riesci più a comunicare. Mi fece sedere, mi preparò una tisana delle sue, poi mi guardò nel bianco degli occhi tirandomi in basso le palpebre col pollice. Appoggio una mano sul mio ventre e l’altra sulla mia fronte e, dopo qualche secondo di silenzio e concentrazione mi disse: «E’ femmina!». Lo disse con sollevazione, come se volesse dire “Grazie al cielo!”. Il suo viso era talmente sereno e rassicurante che in quell’istante capì che non avrei mai potuto rinunciare a mia figlia. Mi misi a piangere, Peppa mi abbraccio, mi diede dei soldi che teneva ben nascosti a Luca, e poi me ne andai a Genova. Li nacque mia figlia Anna. L’ho cresciuta da sola, lavorando duramente, in una città difficile ma che, almeno allora, sapeva accogliere tutti. Non ho sentito il bisogno di nient’altro, mi credi? Non ho mai più toccato nessuna droga. Incredibile no? Fa eccezione solo qualche oppiaceo che mi somministrano ora, di nascosto, per farmi sopportare il dolore. Non potrei davvero farne a meno. Di te so che ti sei laureato, che ti sei sposato e che vivi ancora a Borgo. Il tuo indirizzo l’ho trovato sul sito delle pagine bianche. Ti abbraccio Sergio, e salutami anche Attilio e Diego. Sono certo che hai mantenuto i contatti con loro. Non scorderò mai quello che
avete fatto per me. Non scorderò mai quegli anni. Di Luca non ho voluto sapere più nulla. Tanto lo so com’è finito. Lo sapevo già allora, lo sentivo, per questo sono scappata, morire in due non avrebbe avuto senso. Grazie di tutto. Addio.

ANDAR PER FUNGHI
E’ arrivato il momento del commiato. C’è giusto lo spazio per qualche ulteriore dettaglio d’appendice.
Sara morì molto prima dei sei mesi che aveva preventivato. In un certo senso, la natura si riprese quell’effetto sorpresa che la scienza medica voleva disinnescare. Se il particolare può essere di qualche interesse, Sara morì nel sonno. Sua figlia Anna, che la trovò al mattino, disse che il suo volto era sereno, quasi sorridente, come se avesse lasciato questo mondo mentre sognava. Cosa stesse sognando non ci è dato sapere. A me piace credere che pensasse ad un nipotino. A quell’esperienza, il diventare nonna, che la vita non le aveva dato il tempo di provare.
Anna, aveva ultimato gli studi di osteopatia ed erboristeria, lavorava a Genova, ma meditava di trasferirsi all’estero, visto che non doveva più occuparsi della mamma e che l’Italia stava diventando un paese sempre più cinico e amaro. Anna aveva bisogno di più “magia”, ora vive a Marsiglia. Sara non le disse mai nulla a riguardo di sua nonna Peppa. Tuttavia la somiglianza fra lei e la madgona sono indiscutibili. Una massa di capelli ricci e neri, così tanti da ispirare fiducia, segnano una netta differenza con sua madre. Il fisico longilineo e asciutto, quello sì, l’avevo preso da Sara. Gli occhi no. Neri e limpidi erano quelli di suo padre. Ma non ne aveva mai visto nemmeno una foto e nemmeno l’avrebbe vista mai, se non fosse che … ma questa è un’altra storia.
Certamente, quel lontano giorno del 1983, nonna Peppa aveva sentito l’energia della sua stirpe agitarsi nel ventre di Sara. E Anna, seguendo inconsciamente l’istinto, che sempre l’aveva guidata nella sua vita, aveva seguito le sue inclinazioni naturali, sviluppando i suoi talenti, e trovando un modo tutto suo per aiutare gli altri. Seguì, in sostanza, la sua vocazione o, per chi come me lo preferisce, il suo destino.
Luca, in un primo momento, aveva pensato di mettersi alla ricerca di Sara. Ma non sapeva proprio da dove cominciare. Girovagò per un po’. Finì a Milano e divenne uno di quei tanti fantasmi che orbitavano nel raggio di un 1km dalla Stazione Centrale. Si faceva chiamare, non senza qualche autoironia, il Puma. Una vita di stenti e sofferenze, umiliazioni e violenze. Una vita breve tuttavia. Il 23 giugno del 1985 morì di overdose in appartamento occupato abusivamente da un gruppetto di compagni di sventura. Erano anni, ormai, che cercava la morte ma non era stato affatto facile trovarla. Nonostante fosse quasi irriconoscibile (poco più di 50 Kg di pelle ed ossa), la tempra del suo corpo era quella di un montanaro. Era il più forte e il più lesto a salire sugli alberi, lui. Aveva un coraggio invidiabile, lui. Ed un talento raro per cercare i funghi. Sì, i funghi. Trovare la felicità nella vita è un po’ come andar per funghi: il risultato non è affatto scontato. E se non li conosci più che bene, quello che pensi essere il premio della tua affannosa ricerca può anche ucciderti. E per la vita non c’è micologo che aiuti. Solo cuore, fegato e un po’ di fortuna.

Commenti

  1. Complimenti, bel racconto. Evidenzia il vuoto che è presente anche in coloro che hanno una vita tutto sommato "normale".

    Ma l"ing. Matrella lo sa che 2013-1973 fa 40?

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