venerdì 26 gennaio 2018

Un momento per ricordare

In occasione della Giornata della Memoria vogliamo pubblicare uno dei racconti partecipanti all'edizione 2017 del Premio La Quara.

L'idea è nata dalla prof.ssa Adelina Facci Tosatti, membro attivo del comitato organizzativo e del gruppo di lettura, che ci ha suggerito questo "ripescaggio" più che meritato, legato al tema della shoah e delle pietre d'inciampo.

Il racconto si intitola "Stolpersteine a Monaco di Baviera: meglio nascondere", ed il suo autore è Alessandro Eugeni, romano di nascita ma residente proprio a Monaco.

Eugeni è fra l'altro autore di un importante volume edito da Pacini Editore, intitolato "Il falegname di Ottobrunn-Processo a un criminale di Guerra", che vanta la prefazione di Andrea Camilleri.

Il suo prossimo libro in uscita riprende la storia del racconto che ha partecipato al Premio La Quara e racconta la storia delle pietre d'inciampo a Roma.

Ringraziamo l'autore per la gentile concessione e vi proponiamo il racconto, buona lettura.

STOLPERSTEINE A MONACO DI BAVIERA:
MEGLIO NASCONDERE
di Alessandro EUGENI



Era di martedì, il 19 febbraio del 2013, una bella giornata di sole, inconsueta per il periodo e da quelle parti. Avevo un appuntamento a Colonia con un Vertriebsleiter, responsabile delle vendite della casa editrice Kiepenheuer & Witsch. Appena uscito dalla stazione centrale della città, mi accoglie la Bahnhofplatz, la grande piazza dalla quale si fa prepotentemente notare, a sinistra, il Duomo gotico, colossale, imponente, impressionante con quelle due vertiginose torri cuspidate che sembrano entrare in orbita nel cielo, ben oltre 150 metri di altezza, ancor più maestoso perché sopraelevato rispetto a tutto ciò che ha intorno.
Colonia è la città dove vive Gunter Demnig, artista conosciuto a Monaco di Baviera nel 2011 e ideatore del Kunstprojekt, importante progetto europeo storico, artistico per il ricordo dello sterminio di ebrei, “zingari”, perseguitati politici, disertori, testimoni di Geova, disabili, omosessuali e di tutti gli  Untermenschen, uomini inferiori secondo l’ideologia razzista, vittime del nazionalsocialismo. La Stolperstein, “pietra d’inciampo”, è una piccola targa d'ottone applicata su un blocchetto cubico di cemento a forma di sampietrino sulla quale sono incisi nome, anno di nascita, data e luogo di deportazione, anno di morte della vittima. La pietra viene incorporata nel selciato stradale davanti alla porta della casa in cui abitò il deportato, divenendo così parte integrante del tessuto urbanistico e sociale della città.
Sbrigato l’incontro riguardante un mio progetto editoriale, mi vedo con il sempre puntualissimo Gunter, presso la Früh am Dom, antica birreria in stile a due passi dal Duomo, appuntamento a cui tengo in modo particolare, tanto mi sono appassionato al suo Museo diffuso della Memoria. Il tempo per una breve conversazione mentre beviamo lui due, io una kölsch, la tipica birra di Köln servita nel classico bicchiere cilindrico da 20cl, mentre intorno i camerieri corrono avanti e indietro con i loro vassoi per consentire di consumarle prima che diventino calde.
Subito dopo, l’artista mi accompagna nel punto, siamo proprio sul sagrato del Duomo, dove si trova la prima installazione che nel 1993 dà il via all’iniziativa: una lastra rettangolare a pavimento dedicata alle prime deportazioni dei Sinti e dei Rom. Gunter mi spiega che la sua idea è partita proprio da quando un’anziana signora dichiarò, con una certa stizza, che i nomadi non avrebbero, a suo dire, mai abitato a Colonia.
Nel pomeriggio, me ne vado a camminare nel centro storico e incrocio, tra i miei passi, numerose pietre d’inciampo che, come molte altre, sono disseminate un po’ in tutta la città, più di duemila. La mia attenzione è attirata da un mozzicone di sigaretta schiacciato sopra una di esse. Speravo che, ad avercelo portato, fosse stato il vento. La mia curiosità mi obbliga a tirare su la cicca con le dita e mi accorgo che, sopra la piccola targa di ottone, sono ancora ben visibili le tracce della combustione: segno che il fumatore dovesse essere sicuramente un moderno nostalgico del Führer.
Fino all’aprile 2017 vengono installate in tutto 62.000 pietre d’inciampo in 1200 tra città, cittadine e altre località d’Europa facenti parte di 21 nazioni: Austria, Belgio, Croazia, Germania (6500 solo a Berlino), Grecia, Italia, Lituania, Lussemburgo, Norvegia, Olanda, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Russia, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svizzera, Ucraina, Ungheria, insomma in ogni luogo che ha visto le persecuzioni naziste. In preparazione, in Bielorussia e in Macedonia.
Per il suo impegno storico, Gunter Demnig riceve nel 2005 dalle mani del Presidente della Repubblica tedesca, Horst Köhler, la croce al merito Bundesverdienstkreuz.
Non tutti però gradiscono questo Museo viaggiante e nel 2004 ecco la prima battuta d’arresto. Nel giugno di quell’anno il Consiglio comunale di Monaco di Baviera impone un divieto: le Stolpersteine non possono essere messe in opera nello spazio pubblico. Tollerate soltanto se inserite all’interno delle proprietà private. Per questo, le prime due pietre di Paula e Siegfrid Jordan vengono rimosse dagli operai del Comune. Sorpresa e imbarazzo accompagnano questa decisione. Sta di fatto che dal 2004 a tutt’oggi le pietre d’inciampo sono vietate sulle strade di Monaco.
La principale oppositrice, come mai proprio lei?, è Charlotte Knobloch, presidentessa dell’IKG, Israelitischen Kultusgemeinde di Monaco e dell’Alta Baviera, la quale ritiene che le pietre possano diventare oggetto di gesti o azioni offensive. E’appoggiata da Christian Ude della SPD, il Partito Socialista tedesco, che è stato sindaco della città fino al 2014.  C’è poi la reazione di una parte dei cittadini di München che non sempre accettano di buon animo di essere costretti a ricordare ogni giorno le atrocità naziste.
Una persona è dimenticata – dice Demnig – quando il suo nome è dimenticato ed è con la pietra davanti alla sua abitazione che il ricordo si fa vivo e attuale”. Collocarle lì dove non le vede nessuno equivale a nasconderle, a ostacolarne la vista, a impedire la partecipazione, il coinvolgimento e si dà la mano al distacco, alla freddezza, all’indifferenza.
Il nuovo sindaco di Monaco di Baviera, l’Oberbürgermeister Dieter Reiter, sempre della SPD, sostenuto dal partito conservatore della CSU, la versione bavarese della Democrazia Cristiana, intende mantenere questa decisione per il futuro e in tal senso delibera il 30 luglio 2015. A questo punto, un gruppo di superstiti dei campi di concentramento con i loro familiari incaricano un avvocato per verificare la correttezza legale dello spiacevole provvedimento.
La contesa spacca in due la comunità ebraica di Monaco, tanto che – in contrasto all’IKM - prendono posizione il gruppo liberale Jüdische Gemeinde München Beth Shalom con il rabbino Tom Kucera.
Tutta la faccenda assume toni inspiegabili, oscuri, enigmatici. Per tentare di venirne a capo, cerco di capire un po’ più a fondo la città di Monaco di Baviera, anche tornando indietro nel tempo e ricordando…
Quel mediocre pittore disoccupato antisemita che tanto ha fatto parlare di sé nel secolo passato, arriva a Monaco da Vienna il giorno 25 del mese di maggio del 1913, pochi soldi e tanta grinta, gironzola dalle parti del quartiere di Schwabing, frequenta lo storico Schelling Salon, lì dove Kandinsky e Franz Marc giocavano a biliardo, conosce talenti e schiappe delle belle arti. Sembra che in quel locale abbia incontrato persino Lenin. Si dice poi che sia venuto alle mani, guadagnandosi una bella sberla, con Oskar Maria Graf, lo scrittore del quale, nel 1934, i libri verranno vietati e bruciati in un falò nel cortile interno dell’Università di Monaco e al quale verrà tolta la cittadinanza. Per conti non pagati, Adolf  il poveretto viene cacciato dallo Shelling Salon con un Lokal verboten.
Si arruola nell’esercito bavarese e va in guerra. Al suo ritorno, l’ex caporale entra in contatto, già nel 1919, con il DAP-Deutsche Arbeiterpartei, all’inizio solo una cinquantina di iscritti. Il partito cambia nome e diventa il famigerato NSDAP, il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori. Nel 1921 - immagino dopo una colossale e generale sbornia di birra di tutti i suoi sostenitori - Adolf Hitler ne viene eletto Presidente. La sua carriera è travolgente, nel 1933 viene nominato Cancelliere, capo del Governo, ma da quel momento cominciano i guai per l’Europa. Il 22 marzo di quello stesso anno si inaugura su iniziativa di Heinrich Himmler il primo campo di concentramento, quello di Dachau alle porte di Monaco, modello per tutti i successivi campi di lavoro forzato e di sterminio. E’ così che Monaco di Baviera diventa la Hauptstadt der Bewegung, la capitale del movimento nazista.
Oggi i tempi sono cambiati. Il giorno del settantesimo anniversario della liberazione di Monaco – 30 aprile 2015 - si inaugura il Dokumentationszentrum-NS, Centro di documentazione sul Nazismo nella Brienner Straße 34, esattamente al posto della Braunes Haus, l’edificio che ospitò la nuova sede del partito. La Casa Marrone, centro del quartier generale della NSDAP e uno dei luoghi chiave del regime nazionalsocialista, fu poi bombardata e distrutta dagli americani.
Il Museo vanta un allestimento all’avanguardia ma soprattutto è un centro di studi che analizza con particolare attenzione la genesi, lo sviluppo e le conseguenze politiche e sociali del nazismo: uno studio critico, veramente obiettivo, ben altra cosa da quanto si vorrebbe realizzare a Predappio, con un Museo del fascismo che rischia di incrementare l’attrazione dei fedelissimi e nostalgici di un partito la cui riorganizzazione è vietata dalla Costituzione Italiana.
Sempre a Monaco, dieci anni fa viene inaugurato lo Jüdisches Museum, il Museo ebraico, altra testimonianza di cambiamento. C’è qualcosa in più: presso il Tribunale, l’Oberlandesgericht München, è tuttora in corso il processo – 365 udienze in quattro anni – a una cellula neonazista, la NSU-Nationalsozialistischer Untergrund, in italiano “Clandestinità nazionalsocialista”, per omicidi a sfondo razziale, xenofobo, attentati e rapine. Fenomeno allarmante questo rigurgito neonazista che si sta estendendo in Germania e in molti paesi europei, Italia compresa, e altrettanto allarmante è l’indifferenza di fronte alle aggressioni ai profughi e ai sempre più frequenti attentati incendiari alle dimore degli asilanti, cose che non fanno più notizia per quanto sono ormai all’ordine del giorno.
Se ai tempi del nazismo Monaco di Baviera era la Hauptstadt der Bewegung, oggi la stessa è la Weltoffene Stadt, città aperta al mondo. Ma se c’è qualcuno che sente il bisogno di nascondere le pietre d’inciampo, di attuare un distacco emotivo, di imporre le condizioni per la passività, per l’incuranza, per l’indifferenza, forse, in questa stessa città, c’è qualcosa che non va.
Oggi la capitale bavarese deve apparire spensierata, gaia, lieta, allegra, serena, deve mostrarsi come una Weltstadt mit Herz - una “città col cuore” viene anche detta – una città che attiri i turisti di tutto il mondo nelle sue numerose fiere e manifestazioni, prima tra tutte l’Oktoberfest. la più grande festa popolare al mondo – più di sei milioni di visitatori l’anno - che per gli smisurati eccessi del consumo di birra e di alcolici finisce sempre con atti violenti, incontrollabili, mal di testa e due giorni a letto.
Ma Monaco è anche la città degli affari, del business, degli investimenti, dei colossi BMW-Siemens-Allianz, la vera capitale economica tedesca. Quando si tiene la SIKO-Münchner Sicherheitskonferenz, i potenti della Terra, politici, finanzieri e militari si incontrano al Bayerischer Hof, il Grand Hotel di super lusso a dieci stelle mentre la BMW mette a disposizione per gli spostamenti le sue ammiraglie della serie 740 con suoi potentissimi motori.  
Non solo. E’ piuttosto diffusa una certa mentalità, quella dell’avere e dell’apparire più che dell’essere: Hast du Was bist du Was, “se hai qualcosa, sei qualcuno” recita un noto detto popolare. Dunque, in una città che vuole apparire senza pensieri, bella e ricca, quelle pietre d’inciampo esibite proprio lì, sulle strade, sotto lo sguardo di tutti danno proprio fastidio: e allora meglio far finta di niente e nasconderle.
A differenza di quanto accade a Monaco, a Roma la richiesta per le pietre d’inciampo è in grande espansione.
Le prime pietre vengono dedicate al ricordo della famiglia Spizzichino, tutti arrestati in quel tragico 16 ottobre del 1943. L’installazione ha luogo il 28 gennaio del 2010 alle ore 9,30 in Via della Reginella numero 2. Un indirizzo tristemente noto nell’ex ghetto di Roma perché in quel palazzo abitava Celeste di Porto, la “pantera nera”, delatrice, amica dei nazifascisti e responsabile di oltre cinquanta arresti di persone appartenenti alla comunità ebraica.
Le ultime pietre, invece, sono dell’11 gennaio di quest’anno. L’iniziativa è patrocinata dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, dalla Comunità Ebraica di Roma e dall’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania. Ci tenevo ad essere presente – come cerco di fare ogni volta che mi è possibile - e così mi reco a Valle Giulia, vicino a Villa Borghese, precisamente in Via Omero 14, dove le pietre vengono collocate - presenti gli Ambasciatori del Regno di Svezia e della Repubblica Federale di Germania - di fronte all’Istituto Svedese di Studi Classici. E’ proprio lì che, all’epoca dell’occupazione tedesca, trova rifugio Mario Segre, insieme alla moglie Noemi e al figlio Marco. La sua storia, raccontata nell’occasione dal professore di archeologia classica dell’Università svizzera di Friburgo, Nathan Badoud, mi colpisce e mi emoziona. Appassionato e affermato archeologo ed epigrafista, Mario Segre concentra la sua attività a Rodi e nel Dodecanneso e nel 1934 si dedica alla libera docenza in Epigrafia e Antichità Greche. Solo pochi anni e le leggi razziali lo condannano ad abbandonare il ruolo accademico.  Inizia a impartire lezioni private, deve pur sopravvivere, si dà da fare in ogni modo, scrive e pubblica articoli firmandoli con uno pseudonimo. Finché, presso l’Istituto Svedese, arriva una perquisizione della Gestapo a seguito di una delazione. Prontamente, Gurli, la moglie del direttore, essendo assente suo marito Erjk Sjöqvist, riesce a nascondere l’intera famiglia nei condotti della ventilazione. In tutto più di cinque mesi di clandestinità e poi basta una passeggiata nei dintorni dell’Istituto per imbattersi in una pattuglia di repubblichini. Uno di loro si accorge della moglie di Segre, Noemi Cingoli, conosciuta prima della guerra ed è la fine: arrestati, incarcerati a Regina Coeli e portati al campo di concentramento e di transito di Fossoli. Dopo la selezione e la separazione, da una parte il padre, dall’altra madre e figlio, il 23 maggio del 1944 vengono tutti mandati a morire nelle camere a gas e bruciati lo stesso giorno del loro arrivo ad Auschwitz.
Ecco la funzione e il significato vero della pietra d’inciampo, è proprio questa, la vivo in pieno su di me: portare allo scoperto storie dimenticate o ignorate, pungolare, sollecitare la curiosità, provocare un’emozione lì dove prima c’era il nulla.
Non è facile il lavoro di Demning in questi tempi moderni dove la memoria è facilmente soffocata dall’indifferenza. Penso, per contro, al lodevole impegno contro l’indifferenza storica che viene fatto da molti docenti della tanto bistrattata scuola italiana.
Intanto rimangono tutte quelle vittime senza corpo, le cui ceneri sono sparse per le campagne della Baviera, per i boschi di Mauthausen, per i campi della Polonia… Ad esse Demnig restituisce il nome, ci ricorda dove e quando sono nate, mentre l’indicazione del campo di sterminio serve a toglier di mezzo l’indifferenza rendendo noto il suo tragico percorso. Ma soprattutto, ciascuna di loro, fino ad ora sessantaduemila, ritorna finalmente a casa.




lunedì 28 agosto 2017

Renzo Brollo vince la 4° edizione del Premio La Quara

Un'edizione magica, un pomeriggio di grandi emozioni.
Sabato scorso si è svolta la finale del Premio La Quara, con la lettura dei 5 racconti finalisti e la premiazione del Primo Classificato.
A vincere questa quarta edizione RENZO BROLLO, friulano, che con il racconto La scimmia ha saputo toccare gli animi con una storia di indifferenza modernissima ed una scrittura forte e di grande impatto stilistico.



Vogliamo ringraziare i tanti scrittori che hanno partecipato al premio, la giuria, il gruppo di lettura, gli enti e gli sponsor, Intesa Sanpaolo, Fondazione Monteparma e la Valtarese Foundation New York.

Borgotaro non è una grande città, ma ha grandi aspirazioni, e questo premio la Quara è la dimostrazione che, anche senza grandi mezzi, la passione e la professionalità portano ad un evento costante nel tempo e di qualità.

Il racconto del vincitore è disponibile on line sul sito del corriere della sera cultura, a questo link.

L'antologia invece si può acquistare in formato cartaceo sul sito di infinito edizioni e in formato digitale su amazon e ibs, fra gli altri.

Non smettete mai di leggere, di scrivere, di sognare.
Arrivederci al prossimo Premio La Quara!




mercoledì 23 agosto 2017

I giurati: Marcello Simoni

E' per noi un grande onore avere a Borgotaro, il prossimo sabato, Marcello Simoni, lo scrittore italiano di thriller storici più letto nel mondo.


Marcello Simoni (Comacchio, 1975) è un ex archeologo e bibliotecario. Con Il mercante di libri maledetti (2011), il suo romanzo d'esordio, è stato per oltre un anno in testa alle classifiche e ha vinto il 60° Premio Bancarella.
Un successo confermato da La biblioteca perduta dell'alchimista, Il labirinto ai confini del mondo, L'isola dei monaci senza nome,con il quale ha vinto il Premio Lizza d’Oro 2013.
Arrivano poi La cattedrale dei morti, e  la trilogia Codice Millenarius Saga (L’abbazia dei cento peccati,L’abbazia dei cento delitti e L’abbazia dei cento inganni). Per Einaudi ha pubblicato Il marchio dell'inquisitore (2016), tradotto in venti Paesi.
E' attualmente in vetta alle classifiche da mesi con il suo ultimo romanzo "L'eredità dell'abate nero".




martedì 22 agosto 2017

I giurati del Premio La Quara 2017 : Liliana Segre

Quest'anno ci siamo superati.

La nostra giuria, da sempre, è il nostro orgoglio, quel particolare che alza esponenzialmente il valore del premio letterario, e ci permette ogni anno di conoscere persone meravigliose, oltre che di attrarre tanti partecipanti, aspiranti scrittori felici di far leggere i propri scritti a tali autorità del settore.

Ogni anno la nostra giura cambia, per volontà nostra e per garantire una pluralità di opinioni e al contempo far conoscere la nostra realtà ai maggiori scrittori e giornalisti a livello nazionale.

Quest'anno il tema INDIFFERENZA è nato grazie alla presenza di LILIANA SEGRE, che non sarà presente fisicamente alla premiazione ma ci saluterà con una diretta telefonica.

                                          Liliana Segre con Antonio Ferrari e il sindaco di
                                          Borgo Val di Taro Diego Rossi

Donna straordinaria, di una forza che si percepisce nelle sue parole, nel suo incedere, nella sua costante attività di divulgazione della memoria di ciò che è stato, e che lei ha vissuto in prima persona.
Liliana Segre il 30 gennaio 1944 venne deportata dal Binario 21 della stazione di Milano Centrale al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, che raggiunse sette giorni dopo. È subito separata dal padre, che non rivedrà mai più, morto ad Auschwitz il 27 aprile 1944. Nel giugno del 1944 anche i suoi nonni paterni, arrestati a Inverigo (Como) il 18 maggio 1944, furono deportati e uccisi al loro arrivo ad Auschwitz il 30 giugno.

Alla selezione Liliana Segre riceve il numero di matricola 75190 tatuato sull'avambraccio. Fu impiegata nel lavoro forzato nella fabbrica di munizioni Union, che apparteneva alla Siemens, lavoro che svolse per circa un anno. Durante la sua prigionia subì ancora tre altre selezioni. Alla fine di gennaio del 1945 affrontò la marcia della morte verso la Germania dopo l'evacuazione del campo.

Liliana venne liberata il primo maggio 1945 al campo di Malchow, un sottocampo del campo di concentramento di Ravensbrück. Dei 776 bambini italiani di età inferiore ai 14 anni che furono deportati al Campo di concentramento di Auschwitz, Liliana è tra i soli 25 sopravvissuti.


domenica 20 agosto 2017

Caterina Soffici presenta il suo romanzo sull'Arandora Star



L'Arandora Star era una bellissima nave da crociera, che diventò simbolo di morte e disperazione.

Requisita per esigenze belliche, fu caricata di internati civili italiani e tedeschi e diretta in Canada, e affondata dallo U-Boot tedesco U-47 il 2 luglio 1940 nelle acque dell'Atlantico Settentrionale.

Nella tragedia del 2 luglio 1940 annegarono circa 800 persone, di cui 446 civili italiani, deportati dopo la dichiarazione di guerra di Mussolini all'Inghilterra, vittime innocenti del sospetto e della xenofobia.

Molte delle vite perse in quel mare erano originarie del nostro Appennino, gente emigrata a Londra per cercare lavoro, per farsi una vita, lasciando la propria famiglia e casa natale, da Bardi, Borgo Val di Taro, Bedonia.

Caterina Soffici, giornalista e scrittrice, ha pubblicato per Feltrinelli Editore il romanzo "Nessuno può fermarmi", che racconta una storia popolare legata alla vita degli italiani e dei valtaresi emigrati a Londra, e della loro tragica fine sull'Arandora.

Invitata a far parte della giuria del Premio La Quara, presenterà il suo libro, intervistata dal giornalista del Corriere della Sera Antonio Ferrari, venerdì 25 agosto alle 18 sotto i portici di Palazzo Manara, con le letture dell'attrice Simona Caucia Gaslini.



sabato 19 agosto 2017

Conosciamo i finalisti : Luca Degasperi


Ecco il quinto finalista del Premio La Quara 2017.

Manca davvero poco ormai!
I prossimi post del blog saranno dedicati alla giuria stellare che avremo l'onore di avere a Borgotaro il 26 agosto, e che sceglierà il vincitore di questa quarta edizione.

Luca Degasperi è nato a Trento nel 1963 e nella stessa città si occupa da circa trent’anni di psicoterapia psicoanalitica, esercitando privatamente dopo la laurea in Psicologia.
Ha sempre scritto, ma le sue pubblicazioni fino a oggi sono esclusivamente di ambito tecnico e scientifico.



Parlando del suo racconto ha dichiarato:"Ho cercato di occuparmi di una forma particolare di indifferenza: quella, per così dire, selettiva. Qualcosa rimane fonte di attenzione, desiderio o interesse, mentre altre caratteristiche della situazione (o della persona) vengono ignorate. E' forse un'operazione mentale più diffusa di quanto si pensi, quasi un automatismo, e mi sembra che possa creare danni ancora peggiori dell'indifferenza generalizzata. Sfruttamento o volontà di possesso, cinismo o ambiguità paiono sostenuti da questa forma di attenzione, di mirata avidità, di manipolazione".

giovedì 17 agosto 2017

Conosciamo i finalisti: Renzo Brollo

E dopo avervi presentato la parte femminile della rosa dei finalisti, possiamo con piacere farvi conoscere anche i due scrittori che saranno a Borgotaro sabato 26 agosto.

Renzo Brollo, gemonese classe 1971, per necessità e sorte fa l’impiegato metalmeccanio. È diventato un lettore compulsivo da quando, nel 2009, è entrato a far parte della redazione del sito Mangialibri, per il quale legge e recensisce una corposa quantità di volumi. Dal 2006 ha pubblicato una raccolta di racconti (Racconti Bigami, Cicorivolta) e quattro romanzi (Se ti perdi tuo danno, Mio fratello muore meglio e Metalmeccanicomio per Cicorivolta; La fuga selvaggia per Edizioni della Sera).


Ecco cosa ci dice di sè e del suo racconto:

" La scrittura, per quanto mi riguarda, è l'unica disciplina che mi rigenera e mi rilassa al tempo stesso. C'è chi corre, chi nuota, chi cammina o gioca a calcio. Io leggo e scrivo. Dopo aver provato tutto il resto, i libri letti e scritti sono le uniche passioni a cui non posso e non intendo rinunciare. Ne andrebbe della mia salute, dopotutto. La scrittura è in ogni caso diretta conseguenza della lettura, nel mio caso ormai diventata compulsiva. Quando ci si immerge in mondi paralleli raccontati dall'abilità dei grandi scrittori fa venire voglia di crearne di personali. Ci provo ormai da più di dieci anni."

"L'indifferenza in quest'epoca moderna è la diretta conseguenza, una tra le altre, dei nuovi mezzi di comunicazione veloci e tecnologici. Si insinua già nell'adolescenza, come un messaggio subliminale e può sfociare in atteggiamenti incontrollabili. Ho dunque cercato di capire come si potesse raccontare questo atteggiamento verticale, che colpisce ogni età. Ragazzini immersi in un mondo virtuale, adulti troppo preoccupati e distratti dalla quotidianità si trasformano in individui indifferenti agli altri e a loro stessi, simili a scimmie che non vedono, non sentono e non parlano."